Una conversazione con
Costanza e Lucrezia Malabaila

Le prime notizie di attività e di produzione di vini della nostra proprietà risalgono attorno al 1270, sulla base di alcune lettere del Principe di Piemonte, rinvenute nell’archivio del castello, in cui si richiedono i nostri vini.
In un documento del 1362, ritrovato sempre al castello, si attesta invece l’acquisto da parte della nostra famiglia del primo terreno atto a diventare vigneto, il Castelletto, da cui prende il nome il nostro vino più importante e rappresentativo, un Roero al cento per cento Nebbiolo. Altre lettere del 1623 testimoniano la continuità dell’attività vinicola.

L’ultimo discendente Malabaila è stata mia nonna, andata in sposa al conte Carlo dal Pozzo con cui ebbe due figlio, una femmina e un maschio, che però non si sposò e non ebbe eredi. Oggi, quindi, gli eredi legittimi sono i miei figli.

La costruzione dell’edificio risale al 1270 e nasce un po’ come fortezza, voluta da Antonio e Domenico Roero, due fratelli che si divisero il castello, tenendo uno l’ala est e l’altro quella ovest. Il salone di rappresentanza fu invece oggetto di varie battaglie tra i due fratelli fino a quando, nel 1512, subentrarono i Malabaila che, un po’ per matrimonio e in parte per successivi acquisti, entrarono in possesso del’intera proprietà. L’edificio è stato poi negli anni ingrandito e trasformato in dimora gentilizia.

Uno dei personaggi più influenti della famiglia è stato Luigi Gerolamo Malabaila, ambasciatore italiano presso la corte d’Austria dove incontra e sposa Maria Anna Palffy-Ordöd degli Esteràzy, notissima famiglia austriaca. Luigi gerolamo decide allora di stabilirsi a Vienna dove rimane poi per tutta la vita: giudicava infatti questo castello troppo piccolo e inadeguato per la sua numerosa famiglia (ebbe undici figli). Pur non venendoci, provvide comunque ad arredarlo: molti dei mobili che oggi decorano il salone provengono da Vienna, tra cui anche il grande tavolo, trasportato fin qui dalla capitale austriaca con un carro di buoi.

La nostra produzione di vino, su circa 22 ettari di vigneto, si aggira sulle 100 mila bottiglie all’anno. Il terroir del Roero è ricco di minerali ed è più sabbioso rispetto a quello delle Langhe, che ha una parte argillosa. Le nostre colline sono inoltre un po’ più piccole e più alte (sui 350 metri), sempre rispetto alle Langhe, con un terreno che favorisce lo scorrimento dell’acqua, impedendo il ristagno dei liquidi.
La differenza fra il Roero e il Barolo delle Langhe sta proprio in queste caratteristiche del terreno. Entrambi i vini sono dei Baroli ma, trattandosi di Docg, il vino prende il nome dal territorio dove viene fatto: il Roero è quindi il Barolo che nasce qui, nella nostra zona.

Il nostro vino rimane in barrique due anni e almeno quattro in bottiglia, perché vogliamo un prodotto importante e strutturato. Un tempo la vinificazione veniva fatta interamente al castello e sempre al castello si sistemavano le botti. Poi, per comodità, la produzione è stata spostata alla cascina Pradvaj (termine piemontese che significa arnese), una cascina antica, del 1700, in cui veniva raccolto il grano e si allevava il bestiame, con una cantina notevole.

E’ qui che, nel 1985, partendo da un vitigno vecchissimo si è iniziato a fare il Roero Arneis Docg, uno dei nostri vini migliori, un bianco dal profumo di fiori e frutti freschi. Terra famosa per i rossi, un tempo ci si limitava a mettere alcuni grappoli d’uva bianca all’inizio dei filari per attirare gli uccellini che li preferivano per il sapore più dolce, risparmiano così l’uva rossa.

La cantina è stata completamente rinnovata nel 2004, con un progetto allora all’avanguardia e non solo per l’aspetto prettamente tecnologico: la parte dedicata alla vinificazione è stata infatti ricoperta da una collina in modo da essere refrigerata naturalmente, con un effetto estetico straordinario che la nasconde alla vista in maniera quasi perfetta. Si trova in una posizione strategia ideale, proprio al centro di tutti i vigneti, un valore aggiunto perché facilita la lavorazione e il trasporto dell’uva. la tendenza dell’azienda a favorire interventi sempre più in sintonia con la natura fa sì che nelle vgne sia stato totalmente eliminato l’uso di diservanti e venga preferita la concimazione organica naturale.

Quanto alla designazione del’Unesco, è certamente una grande occasione offerta per promuovere l’eccellenza dei nostri prodotti. Un’opportunità per far scoprire un territorio meraviglioso e spesso poco conosciuto, dacché i piemontesi sono un popolo timido e riservato, che per questo ha difficoltà di comunicazione, nonostante qui la qualità della vita sia molto alta, la cultura enograstronomica notevole e il costo della vita più basso rispetto a molte altre regioni italiane.